KANDAHAR, 9 Aprile 2007: “D’ora in poi arresteremo tutti i giornalisti, li imprigioneremo, li useremo come merce di scambio con il governo e, se necessario, li uccideremo.” L’inquietante messaggio di Shahabuddin Atal, uno dei portavoce del movimento talebano, è giunto dall’altoparlante di un telefono cellulare nel corso di una riunione di giornalisti tenutasi lunedì all’Hotel Noor Jahan di Kandahar. È la prima volta che i talebani minacciano esplicitamente i giornalisti afgani e la notizia si è diffusa rapidamente a Kandahar ed in tutto l’Afghanistan.
 
    Alcune ore dopo l’annuncio, tre giornalisti afgani si sono ritrovati in una casa nel centro di Kandahar per analizzare e discutere il tenore delle minacce. Perchè i talebani se la prendono con i giornalisti afgani? Ahmadullah Ishaq, che scrive per un giornale locale e collabora con diverse news agencies internazionali, non ha alcun dubbio: “Questo annuncio è una conseguenza del caso Mastrogiacomo.” Innanzitutto, scambiando cinque prigionieri talebani per un giornalista, il governo ha creato un precedente che la leadership talebana intende sfruttare al massimo. Inoltre, la settimana scorsa Rahimullah Samander, Direttore dell’Associazione Indipendente dei Giornalisti Afgani, ha intimato pubblicamente ai talebani di liberare Adjmal Nashkbandi (il giornalista afgano rapito insieme a Mastrogiacomo) o di aspettarsi un boicottaggio totale da parte dei media afgani. Moltissimi altri giornalisti hanno criticato aspramente i leader talebani per aver liberato il reporter italiano e non il collega afgano. Per tutta risposta, i talebani hanno decapitato Adjmal ed emesso la loro ingiunzione contro i giornalisti.
 
   Il portavoce dei talebani è stato molto chiaro: “Abbiamo ucciso Adjmal perchè Rahimullah Samander ha minacciato di boicottare le nostre notizie, […] lo abbiamo ucciso per insegnare a tutti i giornalisti che devono riportare le notizie che gli diamo, senza distorcere i fatti. Se rifiuteranno di dire la verità, faranno la fine di Adjmal.” Ma i giornalisti di Kandahar non intendono piegarsi al volere dei talebani. “È ridicolo, vorrebbero che prendessimo tutte le loro informazioni per oro colato,” ha detto Gul Akhmal, un altro giornalista di Kandahar. “Ogni volta che c’è un attacco suicida, i portavoce dei talebani dichiarano di aver ucciso un sacco di soldati stranieri, poi vai a controllare e magari scopri che l’unico morto è il talebano suicida.”
 
  “È un giorno molto triste. Siamo sempre stati in pericolo ma ora la situazione sta diventando insostenibile,” ha aggiunto Ahmadullah. Il collega Gul Akhmal ha cercato di sdrammatizzare e levandosi di scatto con l’indice alzato, ha detto: “Ahmadullah, scrivi, comunicato stampa dei giornalisti: d’ora in poi uccideremo tutti i talebani.” Ma nonostante l’indomabile umorismo di Gul Akhmal, il morale dei giornalisti rimane sotto i tacchi. Lo scambio di prigionieri che ha portato alla liberazione di Mastrogiacomo e la successiva uccisione di Adjmal hanno causato uno scontro diretto fra talebani e giornalisti. “Da qui non si torna più indietro,” ha detto Mohammad Wali, un reporter che lavora per una stazione radio di Kandahar. “Dovremo abituarci ad essere considerati  bersagli in movimento.” E quando arriva il momento dei saluti, invece di dirsi “ci vediamo,” i giornalisti si dicono “spero di rivedervi.” Eppure nessuno di loro sembra intenzionato a rinunciare. Prima di salire in macchina, Mohammad Wali mi ha detto: “Il giornalismo è la mia vita, il mio orgoglio e nessuno me lo può togliere. Io non ho paura.”
 
 
[I nomi dei giornalisti di Kandahar sono stati cambiati per proteggere la loro identità]
 
 
 
 
GIORNALISTI AFGANI NEL MIRINO